Feeds:
Articoli
Commenti

La Jeep

Ruggero Cimatti sulla Jeep (28 maggio 2011)

Il giorno dopo che era passata la pattuglia di Neozelandesi, arrivò una ruspa che cominciò a chiudere il buco fatto da una mina che i tedeschi avevano fatto esplodere per impedire il traffico sulla strada che viene da Basiago e arriva all’incrocio con quella che oggi è via Reda. La terra per chiudere il buco fu presa dal campo dei Masitè che era più alto della strada di quasi un metro. Il campo oggi è diventato la piazza di Reda e si trova allo stesso livello, o quasi della strada.Era il secondo veicolo che vedevo, dopo le pattuglie a piedi dei Neozelandesi che erano arrivate i giorni precedenti. Il primo era una Ruspa che prendendo la terra del campo dei Masitè (Ora Piazza di Reda) aveva chiuso il grosso buco sulla strada provocata da una mina fatta esplodere dai tedeschi prima della loro ritirata. A bordo della Jeep c’erano tre militari, non so di quale nazionalità, proveniva dalla strada di Basiago e andò verso la chiesa. La cosa curiosa che ricordo molto bene era la lunga antenna radio che dondolava moltissimo per causa della strada sconnessa. Questo residuato bellico sul quale mi sono fatto fotografare da Andrea, è in condizioni perfette, compresi tutti gli accessori, borsa di pronto soccorso, piccone, pala e corda per l’argano. La Jeep è a quattro ruote motrici e fu fabbricata per l’esercito americano dalla Willys e dalla Ford in 650.000 esemplari. Oggi Jeep è un marchio della Crysler. Se siete curiosi potete trovare altre notizie su Wikipedia.

Festa Tricolore a Reda

Sabato 28 maggio 20111 nella piazza di Reda, gli alunni delle scuole hanno celebrato i 150 anni dell’Unità d’Italia. Con una serie di canti e esibizioni hanno fatto un percorso storico che si è concluso con l’inno Europeo. Un plauso agli insegnanti e agli alunni che hanno organizzato questa manifestazione. Qui sotto un breve video di alcune parti della manifestazione.

Naturalmente questo episodio non è nel libro

Con Alvaro e Arnaldo in giro per i campi dietro al podere della Jãna, troviamo, sotto un grande albero, una grande quantità di piccole mele. Alla ricerca di giochi nuovi, uno di noi infila una mela in un rametto e la lancia. Ci sorprende la distanza che l’effetto leva fa raggiungere alla mela. Creatività infantile subito all’opera per perfezionare la scoperta appena fatta. Lì vicino troviamo un cespuglio di salice e con il coltellino tagliamo tre bei rami robusti e flessibili. La parte più sottile viene appuntita per infilare la mela, quella più grossa si impugna ben stretta con la mano. Lancio: le mele volano alte e con un bella traiettoria cadono verso il cortile della Jãna. 

Siamo nascosti dietro una siepe e quando i due ragazzi della Jãna attraversano il cortile via con i lanci. Le mele cadono attorno a loro e vanno in pezzi sul terreno duro dell’aia. Ci stiamo divertendo da matti. Il gioco dura fino a quando i ragazzi della Jãna si stufano. Assieme prendono a correre verso di noi. Via di corsa a scappare, loro sono due, noi tre, ma loro sono molto robusti. Passiamo lungo i campi sul retro degli orti, Alvaro e Arnaldo scappano a casa loro. Vedo un buco in una siepe. E’ l’orto dei Maràfa, so che c’è un rifugio. Lo trovo e mi infilo giù di corsa per le scale nascondendomi nella parte più buia. Ma i ragazzi della Jãna arrivano e uno di loro lo sento scendere la scala del rifugio. Non ho via di scampo. Devo affrontarlo. Trovo un grosso blocco di terra. Lo prendo con tutte e due le mani, gli vado incontro e glielo spacco sulla testa. Approfitto dell’attimo di smarrimento dell’altro per uscire dal rifugio. Fuori però c’è l’altro ragazzo che mi prende subito, mi sbatte a terra poi arriva anche l’altro e cominciano a darmele di santa ragione. Per fortuna lì vicino c’è la vecchia dei Maràfa che comincia a gridare.

«Lasì stê che burdël, broti canài !»

E poi si avvicina minacciosa con un bastone. I due scappano. Mi alzo. Scrollo la polvere e trovo per fortuna che i danni sono limitati. Torno a casa. Fine del gioco del bombardamento con le mele.

La villa Livini

Ingresso della villa Livini a Reda. Sulla destra si vede appena la punta di una delle panchine menzionate nel testo. L’ombra che si vede sopra al viale è prodotta dai tigli che esistevano ai lati dell’ingresso. La fotografia risale alla fine degli anni Trenta.

Ingresso della villa Livini a Reda. Sulla destra si vede appena la punta di una delle panchine menzionate nel testo. L’ombra che si vede sopra al viale è prodotta dai tigli che esistevano ai lati dell’ingresso. La fotografia risale alla fine degli anni Trenta.

Una piccola passeggiata che facevamo in gruppo, in estate, bambini e bambine, era di andare fino al cancello della Villa Livini. Ai lati del cancello c’erano due panchine sulle quali ci sedevamo a chiacchierare e scherzare. Dai cespugli di bosso, fojaverd, emanava un intenso profumo. Prendevamo dei rametti e ci gridavamo a turno «Fojaverd e’ tu l’è sèch e mi l’è verd.»

Non potevamo entrare perché il cancello era sempre chiuso. Ci limitavamo a guardare all’interno le grandi piante di conifere e i sentierini con la ghiaia fine. Un mondo proibito a noi ragazzi de palàz. Come spesso accade le cose proibite stimolano la curiosità e l’interesse e stimolano l’ingegno per cercare di procurarsele. Con un pezzo di filo di ferro abbastanza grosso, cercai di simulare una chiave e cominciai a rovistare dentro la grossa serratura. Incredibile ad un certo punto scattò e aprimmo il cancello. In quattro o cinque entrammo e, furtivi, cominciammo ad aggirarci per il bosco, molto attenti a stare coperti dietro ai cespugli e lontani dalle voci dei bambini Livini che si sentivano giocare vicino alla casa. Paura di essere scoperti da Tugnèt ad Gasparõ  (Antonio Liverani)  che era il guardiano. Un abete con i suoi rami orizzontali è un invito a salire con facilità in alto, fin quasi alla cima della pianta. Lassù, come per un istinto atavico, senza esitazione, tutti ci tiriamo giù i pantaloni e chi gli scappa la fa. Tutti facciamo qualcosa, quasi a fare un dispetto a chi era più ricco di noi e poteva permettersi di giocare in mezzo a quegli alberi meravigliosi.

Convinti di aver fatto uno scherzo memorabile iniziamo a scendere con cautela per evitare i nostri stessi escrementi. Poi, via di corsa al cancello. Una volta fuori sempre di corsa e ridendo a crepapelle torniamo alla borgata.

Ora la Villa Livini è stata trasformata in una casa colonica. Il bosco di conifere non c’è più, ma al suo posto ci sono i kiwi e le pesche. Quanta poesia si è perduta! Non si è perduto, invece, il cancello. Quando hanno distrutto il parco, la Gina Dapporto, lo acquistò prima che finisse come ferro vecchio in fonderia. Ora fa bella figura come ingresso alla villetta che la Gina, con i fratelli Ezio e Mario, si è costruita a Castel Raniero.

Ingresso della villetta dei Dapporto a Castel Raniero con il cancello in ferro battuto, la cui costruzione risale all’800, proveniente dalla villa

Ingresso della villetta dei Dapporto a Castel Raniero con il cancello in ferro battuto, la cui costruzione risale all’800, proveniente dalla villa Livini di Reda

Anni ’50 in poi

Il lavoro del muratore negli anni ‘50 era un lavoro molto più faticoso di quello di oggi. Come in tutti i settori la meccanizzazione, anche nell’edilizia, non solo ha accelerato i tempi di esecuzione, ha ridotto soprattutto la fatica muscolare dell’uomo. Prendiamo alcuni esempi come quello di scaricare sacchi di cemento. Si parla di dover scaricare interi camion pieni di sacchine di cemento, pesanti ognuna 50 kg. (ora la legge impedisce al lavoratore di caricare più di 30 kg. alla volta). Valerio racconta che per scaricare un camion intero di sacchi di cemento lui si faceva caricare sulle spalle 3 sacchine di cemento alla volta da chi stava sul camion, e addirittura mi ha detto che per scommessa una volta ne ha portate sei contemporaneamente. 

Lo scarico della ghiaia per esempio era un’altra di quelle operazioni impossibili che oggi fanno sorridere. Oggi arriva il camion, aziona il ribaltabile, e il camionista deve salire sul camion a spazzare il cassone. Una volta la ghiaia arrivava dalla cava con il camion senza il ribaltabile e doveva essere scaricata con il badile. Il più delle volte accadeva che durante il trasporto la ghiaia si compattasse creando una specie di crosta dura e compatta che costringeva i muratori a delle vere e proprie faticaccie che magari venivano fatte nel tardo pomeriggio dopo aver già trascorso una giornata intera a lavorare come si faceva una volta. Valerio Casadio ricorda che Adelmo lo andava a chiamare alle 18/19 perché era arrivato Montini (Pighē) con un camion pieno di ghiaia o di mattoni che doveva essere scaricato (tutto a mano ovviamente) per poi ritornare a casa verso le 22 o 23. 

 

Trasporto a mano dei coppi per la copertura della casa dei F.lli Dalmonte a Errano, anno di costruzione 1962-1963. Questa era la maniera con cui si portavano i coppi sul tetto. Nel 1965 l’impresa Rava acquistò la prima gru e tutto cambiò. Come si nota è presente il primo autocarro comprato dalla ditta Rava, il 671 detto “Stantõ” , all’inizio degli anni 1960. Fino ad allora per fare arrivare il materiale in cantiere si usavano i trasportatori.

Trasporto a mano dei coppi per la copertura della casa dei F.lli Dalmonte a Errano, anno di costruzione 1962-1963. Questa era la maniera con cui si portavano i coppi sul tetto. Nel 1965 l’impresa Rava acquistò la prima gru e tutto cambiò. Come si nota è presente il primo autocarro comprato dalla ditta Rava, il 671 detto “Stantõ” , all’inizio degli anni 1960. Fino ad allora per fare arrivare il materiale in cantiere si usavano i trasportatori.

 

 

Oggi capita spesso di fermarsi a osservare un cantiere edile e la cosa che si nota sempre è il continuo movimento della gru che trasporta materiali dal livello del terreno al punto in cui si sta lavorando. Quanto lavoro a mano risparmiato, e quante schiene salvate da problemi che poi si riflettevano, per i meno robusti, in vecchiaie piene di acciacchi. Il progresso è anche questo. La ditta Rava comprò la prima gru nel 1965. 

Ai tempi in cui si lanciavano i mattoni con la paletta un tipico scherzo fatto dai muratori più vecchi ai novizi era rivolto a quello che faceva il lancio. Dopo avergli caricato la paletta per un buon numero di volte con il numero giusto di mattoni, il novizio prendeva confidenza e aumentava la velocità. A questo punto la persona che metteva i mattoni sulla paletta simulava solo l’atto senza metterli effettivamente. Il povero lanciatore si trovava a mulinare nel vuoto la paletta, sbilanciand e cadendo all’indietro come travolto da un macigno. Naturalmente tra le risate di tutti i vecchi muratori che avevano assistito alla scena.

Carriola per il trasporto dei mattoni e paletta per il lancio. Questo era un modo semplice e rapido per lanciare

Carriola per il trasporto dei mattoni e paletta per il lancio. Questo era un modo semplice e rapido per lanciare i mattoni fino a 5 o 6 metri di altezza nel punto in cui veniva fatta la muratura. Il lavoro richiedeva la coordinazione di tre persone. Il primo muratore prelevava due mattoni dal mucchio e li poggiava sulla paletta; quello addetto al lancio, sempre uno dalla forza e robustezza adeguata, eseguiva il lancio, e il terzo muratore in cima alla casa prendeva al volo i mattoni, appoggiandoli sul solaio per la costruzione.

 

 

Dopo la casa dei Plazèt la ditta, che oggi si chiama “Rava Giovanni Impresa Edile” costruì la casa dei Barandèl in via Modanesi a cui seguirono centinaia di case per tutta la zona di Reda e dintorni, vasche per il vino e tombe di famiglia. A questi lavori vanno aggiunti anche quelli della Chiesa e del campanile di Reda per la società Aurora, di proprietà di Giovanni Rava e Claudio Cicognani.

Infine una serie di ristrutturazioni fatte a Faenza tra cui è opportuno ricordare: la facciata del palazzo Ghetti di corso Matteotti e di corso Garibaldi e la facciata della chiesa di S. Francesco. 

 

Prima casa costruita dall’impresa di Adelmo Rava nel 1953. Si trova in via Pianetta, è di proprietà della famiglia Placci detti i Plazèt.

Prima casa costruita dall’impresa di Adelmo Rava nel 1953. Si trova in via Pianetta, è di proprietà della famiglia Placci detti i Plazèt.

 

 

Nel settore edilizio a Reda ci sono poi alcune ditte che forniscono materiali e arredi: la ditta Fratelli Baggioni per falegnameria e arredo, Rosetti Roberto & C. per la lavorazione dei marmi, i Fratelli Berti per la lavorazione degli infissi in alluminio e Giuseppe Ferretti fabbro.

Infine per chiudere il capitolo dei mestieri è importante ricordare l’officina per macchine agricole di Ottavio Bosi che si trova nella frazione Chengià ed é l’unica rimasta in questo settore

L’automobile

 

La Fiat Balilla di Ebro Cicognani. La signora Santina ha in braccio Vittorio, mentre il primogenito Claudio è seduto sul predellino. La fotografia è del 1938, fatta nel cortile della loro casa a Reda. Si nota sulla sinistra il portone della macelleria di Michilì.

La Fiat Balilla di Ebro Cicognani. La signora Santina ha in braccio Vittorio, mentre il primogenito Claudio è seduto sul predellino. La fotografia è del 1940, fatta nel cortile della loro casa a Reda. Si nota sulla sinistra il portone della macelleria di Michilì.

 

 

La Balilla era stata introdotta dalla Fiat nel 1932 e a causa del suo prezzo abbordabile (10.800 lire di quel tempo) fu un grande successo. In Italia all’inizio della guerra esistevano poco più di 300.000 auto, nel 1965 erano già 5 milioni e oggi abbiamo superato i 35 milioni. La targa sulla Balilla nella foto del matrimonio di Ortelli porta il numero 4290, mentre quella sulla cinquecentina bianca di Giuliano 66.315, questo ovviamente per la sola provincia di Ravenna. L’introduzione del motoscooter con due marche concorrenti: la Lambretta e la Vespa fu rapidissima. In pochi anni divennero molto popolari, non solo tra i giovani, ma anche tra le persone di una certa età, si formarono, in tutta Italia Club dell’una e dell’altra marca con raduni regionali e nazionali di Vespisti e Lambrettisti. Perfino Don Roberto, il cappellano, si comperò la Vespa. Ai giovani il motoscooter piaceva molto perché era leggero, facile da guidare e permetteva di caricare sul seggiolino posteriore un amico o meglio ancora la morosa.

Inverno 1965, sull’appennino Tosco-Romagnolo c’è la neve. Si può sciare. Giuliano, Claudio e Mario decidono di andare a Campigna con la Cinquecentina bianca. Sono alle prime armi come sciatori, ma che importa in compagnia è sempre un divertimento. 

Le loro storie in fatto di motorizzazione sono tipiche di quegli anni. Giuliano, prima della Cinquecento, aveva avuto un motorino rosso marca DEM da 48 cc a due tempi che andava a miscela. Claudio aveva anche lui la Fiat 500, che aveva sostituito una motocicletta Motom 84 cc a benzina e a quattro tempi. Mario, fin dal 1963 aveva un’auto Bianchina 500 cc e prima aveva condiviso con i fratelli una Vespa 125. Le stesse cose si possono dire per molti dei giovani della loro età in quegli anni. Per quanto mi riguarda, dopo la Vespa 125, avevo avuto un’altra Vespa e poi nel 1960 con il mio secondo lavoro ebbi in uso la mia prima macchina, una 1100 Fiat di colore bianco. 

Sul finire degli anni ‘60 don Stefano aveva organizzato e gestiva una casa-albergo sulle Dolomiti, precisamente a Tamion in comune di Vigo di Fassa. Il personale che lavorava nell’albergo era tutto di Reda con un contratto alla pari e le mamme si portavano su i figli per fargli respirare la buona aria di montagna. Così fu possibile, con una spesa modesta, per molti Redesi, giovani e anziani, passare un periodo di vacanze in quelle meravigliose montagne. Tutto questo era possibile grazie alla disponibilità di automobili, dda parte di molte famiglie.

A Reda cominciarono ad arrivare, per qualche settimana durante l’estate cartoline illustrate delle Dolomiti che stimolarono il desiderio in chi era rimasto a casa di fare almeno una gita di pochi giorni. Era il periodo che si erano diffuse le Fiat “Cinquecento” e le piccole Bianchi dette le “Bianchine”. Era un viaggio lungo senza autostrade e con macchine di piccola cilindrata, nonostante ciò molti lo fecero.

Poi la diffusione dell’auto fu un crescendo continuo anche a Reda, tanto che fu necessario costruire una piazza-parcheggio a fianco del Bar. A questo scopo venne utilizzato tutto il campo dei Masitē.

La maestra Emiliani

 

Nell’immediato dopoguerra arrivò a Reda, proveniente da Faenza la maestra Maria Antonietta Emiliani. All’inizio fu ospitata in una stanza della canonica presso la chiesa. Poi si trasferì presso i fratelli Sarti, dove rimase anche quando andò in pensione. Era una persona di quelle che, si dice, hanno la vocazione per insegnare. Generazioni di scolari la ricordano tutti non solo con affetto, ma anche per la sua professionalità.

Insisteva soprattutto perché i bambini apprendessero ad esprimersi correttamente in italiano, cosa che riusciva difficile a molti perché in casa si parlava solo il dialetto.

Quando notava un bambino o una bambina particolarmente bravi insisteva presso i genitori affinché facessero continuare i loro figli negli studi. Molti hanno seguito i suoi consigli e questi ragazzi sono oggi degli affermati professionisti. 

La maestra Emiliani è deceduta nel 2003 quando aveva 86 anni e riposa nella tomba della famiglia Sarti nel cimitero di Reda. 

Classi 3a e 4a elementare. In alto da sinistra: Giuseppe Bagnolini, Daniele Cornacchia, Bruno Donati, Edo Missiroli, Ariano Baccarini. Fila delle bambine da sinistra: Gigliola Peroni, Maria Ortelli, Anna Servadei, Denis Verni, Maria Teresa Siboni, Laura Cristofori, Anna Caroli, Sandra Casanova, Maria Savorani. Prima fila bimbi seduti: Leonardo Medri, Evandro Casadio, Sergio Zannoni, Angelo Ceccarelli Canali, Giancarlo

Classi 3a e 4a elementare. In alto da sinistra: Giuseppe Bagnolini, Daniele Cornacchia, Bruno Donati, Edo Missiroli, Ariano Baccarini. Fila delle bambine da sinistra: Gigliola Peroni, Maria Ortelli, Anna Servadei, Denis Verni, Maria Teresa Siboni, Laura Cristofori, Anna Caroli, Sandra Casanova, Maria Savorani. Prima fila bimbi seduti: Leonardo Medri, Evandro Casadio, Sergio Zannoni, Angelo Ceccarelli Canali, Giancarlo Sportelli, Alvisio Gramellini, Domenico Reggidori. Maestra: Maria Antonietta Emiliani (1957).

In collegio

Finite le scuole elementari, ai miei genitori si pose il problema di cosa fare di me. Troppo giovane per stare in bottega, forse anche una certa ambizione di farmi studiare, pensarono di mettermi in collegio dai Salesiani a Faenza. La prima media fu ridotta nei tempi a causa del passaggio del fronte, e perciò non fu un periodo molto duro. A dormire ero in una camerata proprio di fianco alla chiesa, e sul loggiato era sistemata una grossa campana ricuperata dalla torre civica. Ogni mattina presto suonava le ore; un vero tormento. 

A parte questo, finì l’anno e tornai a Reda per le vacanze, riprendendo la solita vita. Le cose cambiarono con il secondo anno. Essere chiuso tra alte mura, mi dava un senso di claustrofobia, mi sentivo in prigione. Non parliamo poi della disciplina; tutti i movimenti scanditi dalla campanella; primo tocco: smettere di giocare, secondo tocco: mettersi in fila ai posti assegnati, terzo tocco: silenzio. 

Avevo perso la libertà. Sì, la libertà di correre per i campi, lungo i fossi pieni di erba, di fare scorribande alla ricerca di frutta o di qualunque cosa con gli amici, di fare battaglie con le fionde. Tutto mi pesava, a volte mi sedevo in un angolo del cortile e sognavo a occhi aperti i campi e le strade di Reda. Avevo pochi amici. Non giocavo al pallone, perché nello stesso campo giocavano 4 o 6 squadre contemporaneamente in una confusione indescrivibile. Alla domenica restavo vicino alle finestre che davano sul vicolo esterno per sentire il rumore della moto Bianchi 500, che riconoscevo subito, quando i miei genitori venivano a trovarmi. Erano momenti brevi e felici. Purtroppo gli impegni del negozio non permettevano ai miei visite frequenti. Così io mi rattristavo sempre di più.

Era però la mancanza di libertà quella che mi affliggeva, quella libertà di cui avevo goduto fino ad allora. Sembra forse ridicolo o anche una parola grossa parlare di libertà ma, fatte le debite proporzioni, ancora oggi quando ripenso a quel periodo sento che è la parola giusta. Fu così che, dopo le vacanze di Natale della terza media, decisi di scappare dal collegio. Non fu una fuga del tipo raccontato nei libri con i lenzuoli legati a corda per poi calarsi di notte nella strada pubblica.

Avevo notato che ogni mattina, alla messa, erano presenti tutti, compreso il portinaio che era soprannominato “Fierolocchio” perché era un po’ strabico. Una mattina durante la messa dissi a bassa voce al mio compagno di banco «Adesso scappo.» Lui mi guardò con un sorriso quasi di scherno come per dire «Non ci credo.» Chiesi il permesso di andare in bagno. Uscendo dalla chiesa controllai che anche “Fierolocchio” fosse presente. Camminai tranquillamente sotto i portici, perché i cortili erano pieni di neve e non si potevano attraversare. In portineria, aprii la prima porta e guardai dentro: nessuno; aprii la seconda, feci pochi passi, ed ero libero.

Camminavo sui piccoli sentieri scavati nella neve vicino alle case, dirigendomi verso il Borgo. A un certo punto mi accorsi che davanti a me camminava un sacerdote la cui sagoma mi parve familiare; forse era un Salesiano. Al vicolo successivo girai a sinistra.

Poca gente per strada. Molta neve. Attraversai il ponte sul Lamone, il Borgo e poi lungo la via Emilia; camminando spedito solo con le pantofole e la mantellina di lana, non avevo freddo. Finalmente arrivai alla strada per Reda e continuai di buon passo verso il passaggio a livello della ferrovia. Il mio senso di libertà però era offuscato dalla preoccupazione di cosa avrebbero detto e fatto i miei genitori.

Fino alla chiesa di S. Barnaba non incontrai anima viva. Lo spazzaneve era passato e quindi era facile camminare. Qui, proveniente da Reda, incontrai un uomo che a Reda chiamavamo “il marito della tedesca.” Mi chiese se la strada era aperta fino a Faenza. Alla mia risposta affermativa, mi confidò che andava a trovare la moglie all’ospedale dove aveva partorito. Lui ripartì veloce verso Faenza, e io del mio passo tranquillo verso Reda. Appena entrai in paese, i ragazzi che mi conoscevano capirono subito quello che era successo, e cominciarono a gridare:

«Rugero l’è scapê d’in culèg !» 

«Ruggero è fuggito dal collegio».

Di corsa qualcuno arrivò allo spaccio prima di me e avvisò mia madre. Quando arrivai, era disperata, piangeva e si lamentava per il disonore e la vergogna che avevo portato alla famiglia con la mia fuga. I genitori degli Ortelli partirono subito per Faenza, per timore che anche Giuliano e Germano fossero scappati anche loro dal collegio e tornassero a Reda.

Pennini e mancini

 

Pennini e mancini

penneweb

Gli scolari entrano in classe. La maestra grida: «Saluto al Duce». Tutti alzano la mano destra nel saluto romano. Meno uno, Sergio Saviotti che essendo mancino alza la mano sinistra e si prende subito uno schiaffo sulla stessa mano. Negli anni seguenti si prenderà anche molte bacchettate con il righello sulle dita.

A quei tempi per i mancini era vita dura. Usare la penna intingerla nell’inchiostro scrivere da sinistra a destra senza scarabocchiare tutto il quaderno era praticamente impossibile. Grande uso di carte assorbenti, per coprire le pagine e asciugare subito quello che si era scritto. Poi sono arrivate le penne a sfera e tutto è cambiato. 

 

In alto da sinistra: Angelo Dal Prato, Antonio Graziani, Aristide Liverani, Romano Dalmonte, Arturo Liverani, Torino Savioni, Rodolfo Accarisi, Domenico Zama, Seconda fila da sinistra: Pia Neri, Lino Peroni, Antonio Emiliani,

In alto da sinistra: Angelo Dal Prato, Antonio Graziani, Aristide Liverani, Romano Dalmonte, Arturo Liverani, Torino Savioni, Rodolfo Accarisi, Domenico Zama, Seconda fila da sinistra: Pia Neri, Lino Peroni, Antonio Emiliani,Luigi Servadei, Giuliano Emiliani, Giuseppe Bucci, Anita Servadei, Vanda Spada, Anna Contoli. Prima fila da sinistra: .. Paganelli, Emidio Mazzotti, Vincenza Mazzotti, Tina Medri, Giuseppina Savini, Angelo Zoli, Elio Pelliconi, Lino Valgimigli, Mario Dapporto, Insegnante: Maria Bandini (1934).

I Burattini

 

Una volta l’anno passava da Reda il burattinaio. Lo spettacolo dei burattini per quei tempi, siamo sempre negli anni trenta, era un grande divertimento per i bambini. L’unico posto in cui riunire tutti i piccoli spettatori era la sala da ballo della Casa del Fascio. Il burattinaio che girava la campagna sapeva benissimo che i soldi erano pochi, e che per certe famiglie anche pochi centesimi erano un sacrificio. In alternativa si poteva pagare con un uovo. E’ abbastanza logico che molte famiglie di contadini e anche delle borgate preferissero questa forma di pagamento. Fu così che alcuni bambini si misero l’uovo in tasca e si recarono allo spettacolo. Si sa, le uova hanno il guscio fragile. Sarà stato per un spinta e successivo contatto con un compagno, oppure nella ressa per entrare, molte uova si ruppero nelle tasche. Con i calzoni bagnati dall’uovo rotto e il pro- fumo dei tuorli che si spandeva nella sala, i bambini si divertirono ugualmente con in più un fatto vero da raccontare ai nipoti in futuro, i quali faranno fatica ad accettare l’idea che i loro nonni potessero andare ad uno spettacolo pagando con un uovo.

Scuola elementare di Reda. Saggio ginnico per la visita della direttrice didattica. Era assieme ad un gerarca fascista che è quello, in fondo alla seconda fila, con gli stivali, i calzoni alla cavallerizza e a gambe larghe. Le bambine e i ragazzi fanno i loro esercizi in divisa, perché mancavano le magliette e i calzoncini da ginnastica. Le bimbe sono vestite da Piccole Italiane e i ragazzi da Balilla (1936).

Scuola elementare di Reda. Saggio ginnico per la visita della direttrice didattica. Era assieme ad un gerarca fascista che è quello, in fondo alla seconda fila, con gli stivali, i calzoni alla cavallerizza e a gambe larghe. Le bambine e i ragazzi fanno i loro esercizi in divisa, perché mancavano le magliette e i calzoncini da ginnastica. Le bimbe sono vestite da Piccole Italiane e i ragazzi da Balilla (1936).

Articoli precedenti »

Follow

Get every new post delivered to your Inbox.