
Ingresso della villa Livini a Reda. Sulla destra si vede appena la punta di una delle panchine menzionate nel testo. L’ombra che si vede sopra al viale è prodotta dai tigli che esistevano ai lati dell’ingresso. La fotografia risale alla fine degli anni Trenta.
Una piccola passeggiata che facevamo in gruppo, in estate, bambini e bambine, era di andare fino al cancello della Villa Livini. Ai lati del cancello c’erano due panchine sulle quali ci sedevamo a chiacchierare e scherzare. Dai cespugli di bosso, fojaverd, emanava un intenso profumo. Prendevamo dei rametti e ci gridavamo a turno «Fojaverd e’ tu l’è sèch e mi l’è verd.»
Non potevamo entrare perché il cancello era sempre chiuso. Ci limitavamo a guardare all’interno le grandi piante di conifere e i sentierini con la ghiaia fine. Un mondo proibito a noi ragazzi de palàz. Come spesso accade le cose proibite stimolano la curiosità e l’interesse e stimolano l’ingegno per cercare di procurarsele. Con un pezzo di filo di ferro abbastanza grosso, cercai di simulare una chiave e cominciai a rovistare dentro la grossa serratura. Incredibile ad un certo punto scattò e aprimmo il cancello. In quattro o cinque entrammo e, furtivi, cominciammo ad aggirarci per il bosco, molto attenti a stare coperti dietro ai cespugli e lontani dalle voci dei bambini Livini che si sentivano giocare vicino alla casa. Paura di essere scoperti da Tugnèt ad Gasparõ (Antonio Liverani) che era il guardiano. Un abete con i suoi rami orizzontali è un invito a salire con facilità in alto, fin quasi alla cima della pianta. Lassù, come per un istinto atavico, senza esitazione, tutti ci tiriamo giù i pantaloni e chi gli scappa la fa. Tutti facciamo qualcosa, quasi a fare un dispetto a chi era più ricco di noi e poteva permettersi di giocare in mezzo a quegli alberi meravigliosi.
Convinti di aver fatto uno scherzo memorabile iniziamo a scendere con cautela per evitare i nostri stessi escrementi. Poi, via di corsa al cancello. Una volta fuori sempre di corsa e ridendo a crepapelle torniamo alla borgata.
Ora la Villa Livini è stata trasformata in una casa colonica. Il bosco di conifere non c’è più, ma al suo posto ci sono i kiwi e le pesche. Quanta poesia si è perduta! Non si è perduto, invece, il cancello. Quando hanno distrutto il parco, la Gina Dapporto, lo acquistò prima che finisse come ferro vecchio in fonderia. Ora fa bella figura come ingresso alla villetta che la Gina, con i fratelli Ezio e Mario, si è costruita a Castel Raniero.

Ingresso della villetta dei Dapporto a Castel Raniero con il cancello in ferro battuto, la cui costruzione risale all’800, proveniente dalla villa Livini di Reda